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Contro i lupi la buona volontà non basta più

Quando la redazione di Allevatori Top mi ha chiesto se volevo scrivere un articolo sul Piano lupo del marzo 2019, il mio primo istinto è stato quello di affrontare il testo in maniera analitica e scientifica; poi, proprio spulciando il documento ho avuto la netta sensazione che, come al solito, tutta la questione grandi predatori sia stata affrontata come avrebbe fatto una giuria bianca in un tribunale dell’Alabama negli anni ’50, dove l’imputato era un giovane di colore: la sentenza è decisa prima ancora di aver sentito la difesa. Tornando al presente, nella redazione di questo piano, che personalmente reputo scellerato, non sono stati ascoltati adeguatamente (direi per nulla) né gli allevatori né gli agricoltori, per altro gli unici a subire reali perdite economiche a causa dei lupi. Se proviamo, per una volta, a guardare tutta la questione da un altro punto di vista, scopriremo che, oggi come ieri, i veri amanti degli animali e in generale della Natura sono coloro che hanno scelto di vivere seguendone i ritmi e le regole, dunque gli allevatori e gli agricoltori.

Un presidio eroico e stoico

L’Uomo “rurale” (definito di fatto dalle sue attività lavorative) fa parte integrante del contesto ambientale dei territori marginali; la presenza delle attività agro-zootecniche è un elemento imprescindibile in questi contesti, non meno della fauna e della flora selvatiche ed autoctone. Per molti aspetti, l’opera secolare di antropizzazione rurale ha plasmato i nostri territori fino ad oggi, e ha preservato gli habitat e gli ecosistemi ad essi annessi dal totale abbandono (causa del dissesto idrogeologico e quindi delle sempre più frequenti frane) e dal proliferare invasivo del rimboschimento senza controllo.

Proprio la volontà di armonia con l’habitat montano e pre-montano e l’amore per questo mondo a rischio, spinge tutti noi allevatori, pastori, mandriani, agricoltori e malgari a cercare di salvare capra e cavoli: non conosco nessun “campagnolo” che vorrebbe vedere il suo bosco privo di vita e cementificato. In compenso, se tutti coloro che vivono questi territori sono sempre di più spinti ad andarsene, presto non esisteranno più sentieri ordinati, boschi percorribili e prati dove fare pic-nic e gite. Sono il primo ad essere conscio che non tutti gli allevatori sono virtuosi, ma qui si parla di filiera breve, chilometro zero, conduzione familiare e presidio eroico e stoico del territorio.

Partigianerie

L’impressione che dà l’approccio “scientifico” della fazione lupofila nel Piano Lupo 2019, è che qualsiasi tipo di canide, anche minimamente correlato con il lupo, debba avere immunità totale e protezione ad vitam, indipendentemente dalle sue abitudini ed inclinazioni etologiche. Non a caso i “lupologi” italiani, anche in ambito accademico, stanno parificando gli ibridi cane/lupo ai lupi “puri”, sostenendo che non ci sono differenze. Un falso che a mio parere serve solo ad aumentare a dismisura il numero di “lupi” e a permettere di foraggiare stuoli di amanti del lupo (stipendiati o meno) che di fatto pattugliano il territorio in maniera capillare, portando avanti la loro propaganda anti-allevatori. Il proliferare di eventi pro-lupo a macchia di leopardo sul territorio nazionale ne è la “prova provata”.

Il Canis lupus italicus (lupo appenninico autoctono italiano) era un canide con caratteristiche precise sia a livello morfologico che comportamentale; chiunque abbia sottomano un manuale scientifico degli anni ’60 -’70 potrà vedere e valutare l’abisso che lo separa dal cosiddetto Lupo italiano attuale. Il suo profilo zoologico/etologico servì ad auto-modellare un “tipo” di lupo ben preciso, con una sua nicchia nell’areale italico di quel periodo storico. Ma questa è ormai storia antica: ogni specie, nel corso dei decenni, ha un percorso evolutivo naturale e spontaneo, il quale muta sia l’etologia sia il comportamento; purtroppo oggi abbiamo davanti dei cambiamenti che con la Natura hanno veramente poco a che spartire.

Tutto cambia

Chi ha letto il mio articolo pubblicato su Allevatori Top n. 4-2018 (“Uomo e lupo, una convivenza che va gestita”), sa benissimo che io amo il lupo esattamente come qualsiasi altro animale presente nell’ecosistema; è il suo “fan club” che mi spaventa.

Le stesse persone che si proclamano strenui difensori dei diritti del lupo come animale, spesso non hanno alcun problema etico quando vedono animali da reddito o d’affezione (come cani e puledri) sventrati senza che poi diventino effettivamente cibo per lupi. Queste povere bestie, distanti ormai anni luce dai loro antenati selvatici, non hanno alcuna delle risorse che permettono ai loro cugini di sfuggire efficacemente agli attacchi dei predatori. È ovvio che un qualsiasi predatore degno di questo nome preferirà colpire prede così succulente e facili da abbattere, piuttosto che faticare e rischiare ferite con il selvatico. Ma tutto questo non viene valutato in ambito tecnico, se non in maniera superficiale: quante volte ci siamo sentiti dire che il lupo preda prima gli animali selvatici e poi, semmai, quelli domestici? Questo è vero solo fino a quando il lupo non impara quanto è comodo approvvigionarsi senza fatica e rischi negli allevamenti. Quanto poi ai sistemi di deterrenza fino ad oggi applicati (reti mobili elettrificate, dissuasori acustici e qualche sporadico cane da custodia), essi sono stati efficaci fino a quando il numero di lupi presenti sul nostro territorio era più contenuto; allo stato attuale abbiamo la presenza fissa di branchi numerosi, spesso superiori ai 10 soggetti. È lapalissiano che ciò che può fermare momentaneamente uno o due lupi è assolutamente inadeguato ad arginare le tattiche predatorie di un branco intero. Oltretutto rifacendoci ad un famoso esperimento etologico eseguito sui topi (in cui si metteva loro davanti un labirinto, all’uscita del quale li aspettava un premio in cibo) sappiamo che creature intelligenti imparano in fretta a risolvere i problemi, e in seguito tramandano le soluzioni alla generazione successiva; di fatto stiamo addestrando generazioni intere di lupi ad essere dei geniali “problem solver” ai danni degli allevatori. Dove prima bastava un recinto ora ne servono due concentrici, e mentre prima un paio di cani all’interno dell’allevamento erano efficace deterrenza, oggi servono – come ci insegnano i pastori delle montagne abruzzesi – mute affiatate e ben organizzate.

Governance delle predazioni

In estrema sintesi, mentre prima la buona volontà degli allevatori virtuosi era sufficiente (assieme ad una buona dose di soldi), per arginare la piaga delle predazioni oggi è a mio parere obbligatorio un intervento di governance, che consenta e diriga adeguati piani di abbattimento per contenere il numero dei lupi e contemporaneamente eliminare la problematica dell’ibridazione incontrollata, che attraverso l’erosione genetica, sta di fatto estinguendo il tanto amato Canis lupus italicus.

Con la prossima puntata parleremo ancora profusamente della questione lupo, e avremo modo di sentire altre voci “fuori dal coro”, in modo tale da capire quale sia la reale situazione nelle diverse zone d’Italia (e non solo). 

Articolo pubblicato sulla rivista Allevatori Top n. 6 di luglio 2019.

Image by vladimircech on Freepik

Published inAllevatori TopFauna selvaticaGrandi carnivoriLupo

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